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Dalla mailing list nazionale
di cultura Tangueros. Un articolo ripreso dalla rivista "Vita".
TANGO, QUASI UNO STILE DI VITA
Non è un fenomeno turistico. Per
essere accettati bisogna entrare nella Buenos Aires più nascosta,
parlare il lunfardo, rispettare regole non scritte. Tra silenzi e sguardi.
Di Piero Poli
Erano i primi anni del Novecento quando
il tango viveva il suo più grande momento di fulgore mondiale.
La rapida diffusione in Europa della sensuale danza criolla era ostacolata
dai vescovi, che sovente ne imposero la censura. In questo momento di
successo e di crisi, in aiuto al tango vennero ben due Papi. Rispondendo
alle pressioni dei vescovi europei, Pio X e quindi Pio XI sottoposero
il tango a un severo esame. In entrambe le occasioni il ballo fu assolto
e la Chiesa non oppose formale resistenza alla sua pratica. L'operazione
che non riuscì ai vescovi di mezza Europa riuscì perfettamente
al rock'n'roll che nella decade del 60 relegò il tango nel dimenticatoio
e nelle balere di periferia.
Oggi, dopo tanti anni di oblio, le vecchie sale da ballo ricominciano
ad animarsi. Il tango si è tolto di dosso l'odore triste di balera
e i suoi cliché fatti di brillantina e rosa tra i denti. È
rinato come un esteso fenomeno globale. In giro per il mondo un numero
crescente di fedelissimi cultori hanno fatto della danza sensuale e
malinconica uno stile di vita e una bandiera. I giovani adepti, che
alternano lezioni di tango al tai-chi, all'omeopatia e alla dieta macrobiotica,
si trovano disorientati quando a Buenos Aires si trovano gomito a gomito
con gli attempati ballerini che per anni hanno custodito il ballo, incuranti
delle mode. È un incontro-scontro tra culture che procura ai
nuovi arrivati qualche scossa ma che gli regala
un'eleganza allo stesso tempo vecchia e nuova.
"Mi Buenos Aires querido"
"Mia cara Buenos Aires", cantava Carlos Gardel, cantante e
icona internazionale del tango, celebrando il suo amore profondo per
la città e i suoi luoghi. Le storie del tango prendono vita in
Recoleta, Avenida Corrientes, Caminito e Almagro, vie e quartieri oggi
ancora presenti sulla mappa della metropoli sudamericana. Apprendere
il tango significa entrare in questa topografia che è allo stesso
tempo poetica e concreta. Poi bisogna imparare la lingua di Buenos Aires,
il lunfardo, parlata segreta della malavita e dei tangueri. La guita,
come in cento tanghi, continua a indicare il danaro, il tarrudo è
una persona fortunata e chi sparisce quando arriva il conto continua
a tomarse l'aceite. Il lunfardo, pieno di espressioni dialettali italiane,
è particolarmente espressivo quando condensa in una parola relazioni
tra persone o aspetti del carattere. Un cadenero è l'uomo che
tiene la moglie sottomessa, in catene, il chantapufi è chi contrae
un debito che sicuramente non pagherà, il despelotado la persona
piena di complicazioni, incapace di ordine mentale e l'otario è
il tonto, il bonaccione di una certa età che si fa engrupir (ingannare)
da una giovane e bella, saldamente aggrappata al suo portafoglio.
E così alla milonga (serata di
ballo tanguero), il lunfardo delle canzoni si mescola e confonde con
quello delle chiacchiere fatte sottovoce, per non disturbare i ballerini.
Le battute sono sporadiche e argute, piene di un umorismo secco del
quale si sorride e mai si sghignazza. A lato della pista si incontra
una città colta e conciliante, che coltiva nello scambio di parole
un rito e un irrinunciabile piacere quotidiano. Le parole però
si diradano quando si balla o quando ci si appresta a danzare. Il tango
è un ballo silenzioso, che cancella la parola, è una dialogo
ritmico fra corpi.
Uno dei tanti riti del tango è quello dell'invito che spetta all'uomo e che avviene appunto senza parole,
catturando per un istante lo sguardo della donna, che acconsente con
un cenno leggero della testa.
I nuovi arrivati devono apprendere delle regole che sono come il ritmo
del tango, difficili da assorbire, ardue da sentire profondamente. E
un ballo molto intimo. Per questo l'approccio, la cortesia sono importanti,
sono la soglia che si supera per porsi in una relazione intima con un'altra
persona. Se questa intimità non nasce, il tango non c'è,
diventa una potenzialità e un'astrazione. L'integrazione di una
nuova persona in una sala da ballo prende tempo, tutti devono farsi
un idea di chi è, il novellino deve alimentare per qualche settimana
i commenti dei più esperti.
Non è permesso parlare troppo
agli habitué di una milonga, che nella sala da ballo godono di
uno status superiore. A loro spetta la scelta del partner, dei tavoli
migliori e una certa accondiscendenza da parte dei gestori del locale.
Non è consigliato ballare troppe danze consecutivamente con la
stessa persona o fare sfoggio di passi complicati. All'inizio si balla
quasi camminando "ascoltando" il ritmo mutevole delle diverse
melodie, connettendosi il più possibile con il partner.
Terapia ed eleganza
Non si può negare l'essenza terapeutica del tango, il suo lato
più moderno. Il tango è diventato oggi quasi un prolungamento
della psicanalisi, una forma fisica dell'esplorazione di se stessi,
un modo per definire fragili identità nelle cangianti metropoli
postmoderne. Questo bisogno di identità, così tipicamente
moderno, ha sicuramente dato impulso alla crescita di un movimento globale
di tangueri che ha trovato a Buenos Aires la sua capitale. E questa
li accoglie con una certa titubanza, non è una città che
si svende ai turisti. Ha i suoi ritmi, si prende il suo tempo per conoscere
i nuovi venuti e lo fa senza aggredire o bandire. Nel suo sanctum milonghero
ci si entra per gradi, mostrando rispetto per dei codici non scritti,
una certa gentilezza dello spirito che alcuni chiamano civiltà.
Questi codici che forse appartengono ad un'altra epoca (e ci fanno sorridere)
svolgono egregiamente la loro funzione, quella di rendere lo straniero
un amico senza troppo turbare.
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