Impressioni di una principiante.

Tango.

Impressioni di una principiante.

Certo che sapevo cosa fosse il tango, chi non lo sa? Avevo visto attori danzarlo nei film, ne avevo ascoltato la musica, conoscevo perfino il nome di un paio di compositori. A chi me l’avesse chiesto, fino a un anno fa o poco più, avrei risposto che il tango era semplicemente… tango. Poi mi capitò di vedere alcune coppie ballare dal vivo e rimasi incantata. Com’era possibile sincronizzare i passi in quel modo? Come si poteva rimanere abbracciati e intanto volteggiare, sfiorarsi piedi e gambe  tenendo gli occhi chiusi e un’espressione estasiata sulla faccia? Le donne mi sembravano bellissime sulle loro scarpe con i tacchi sottili; gli uomini eleganti, vagamente retrò nei gesti. Quando la musica si interrompeva qualcuno porgeva il braccio alla dama per riaccompagnarla al posto. Insomma, creature superiori, appartenenti a un mondo lontano e inaccessibile. Se mi avessero detto che un giorno mi ci sarei trovata immersa mi sarei fatta una risata. Ma la vita ha i suoi percorsi, e a volte ti conduce dove non avresti pensato di andare. Così non molti mesi dopo mi ritrovai su un paio di scarpe simili a quelle, impegnata a non cadere, tra le braccia di uno sconosciuto, principiante e spaventato come me. Era la mia prima lezione di tango. Di quell’ora e mezza conservo molte sensazioni, ma due sono rimaste impresse nella memoria: l’imbarazzo del contatto fisico con un estraneo e l’impressione di non aver mai camminato prima di quel momento. Non in quella maniera almeno, con quella postura, con quell’intenzione. Pensandoci adesso, credo che quei due elementi – abbraccio e camminata – siano nodi cruciali su cui non smetterò mai di riflettere. Naturalmente, quando al termine della lezione il maestro chiese se intendessi proseguire, risposi di sì con entusiasmo e lo stesso fece lo sconosciuto. In quel momento non lo sapevo, ma stavo per intraprendere uno dei percorsi più complessi, intensi, gratificanti e avventurosi che avessi mai compiuto. Senza esagerazioni, direi un’esperienza intima, capace di modificarti.

Sul tango milioni di parole potrebbero essere spese e tante ne sono state scritte. Dai più grandi poeti – Borges su tutti – da saggisti e romanzieri, ma anche dagli appassionati che inondano il web con i loro blog. E’ come se un’esperienza così forte avesse bisogno di essere comunicata, prima o poi, anche se in realtà incomunicabile proprio perché personalissima e interiore. Non sarò io, quindi, a parlare del tango. Della sua storia, della sua musica, delle sue parole, dei suoi stili, delle sue regole, del suo mondo. Io, che ancora mi muovo stupita tra tentativi maldestri e tutto da imparare. Quello che vorrei provare a dire (proprio per ciò che si ricordava poc’anzi a proposito del bisogno irrefrenabile di parlarne) – è cosa significa per me, questo ballo che non è solo un ballo. Che cosa mi ha dato finora. Che cosa mi ha insegnato.

Potrei dire una certa disciplina, prima di tutto, il rispetto di regole non scritte che è necessario comprendere – e accettare – da subito. Non avere fretta. Aspettare. “Se non balli una sera non prendertela, non lamentarti… ballerai la prossima volta”, mi dissero gli insegnanti alla mia osservazione sulla sproporzione numerica tra uomini e donne (a sfavore delle ballerine, ovviamente). Non l’ho mai dimenticato, e ho imparato a prenderla così…serate buone…serate meno buone… Ma questo è nulla: chi avrebbe detto che sarei riuscita ad avventurarmi da sola in una milonga, senza conoscere anima viva, indossare le scarpette e sperare di incrociare lo sguardo di un cavaliere per una mirada, porta d’ingresso di una tanda? E poi andargli incontro, aderire al suo petto e provare a ballare senza curarmi degli sguardi di chi sta intorno, del giudizio, delle critiche? Cose impensabili fino a poco tempo fa. La milonga ha mille occhi, questo l’ho capito, e tutti osservano tutto, ma in fondo a tutti importa di una cosa sola: ballare, ballare, ballare. Potenza di quell’abbraccio, di quei 12-15 minuti di straniamento in cui non conta chi sei o chi sei stato, da dove vieni, cosa fai nella vita, non conta nemmeno il tuo nome. Tutto quello che conta è la connessione che si crea con un altro essere umano disponibile, come te, ad ascoltarsi e ad ascoltarti. Ecco, se oggi mi chiedessero cos’è il tango, tra le risposte possibili direi che prima di tutto è “ascolto”. Ascolto della musica, certo, ma soprattutto ascolto di sé e dell’altro, delle vibrazioni del proprio corpo e del proprio cuore in relazione al corpo e al cuore di un altro. Quando questo avviene, quando questa relazione si stabilisce, si innesca qualcosa di così profondo (non di sessuale, come si crede a volte, con qualche pregiudizio) da rasentare il miracoloso. Uomini e donne di oggi, abituati a contatti rapidi, spesso virtuali, riscoprono la bellezza di una comunicazione sensibile, lenta. Più di ogni altra cosa: onesta. Perché – e questa è un’altra scoperta clamorosa – chi pensa di barare stia lontano dal tango. In quell’abbraccio non si mente, non ci si nasconde. Lì ci si scopre per quello che si è, piaccia o no. Cadono le maschere, la propria natura si rivela. Timido se sei timido, arrogante se sei arrogante. Oppure appassionato, distaccato, preciso, maldestro. E poi conta lo stato d’animo che ci si porta dietro: una serata non è mai uguale a un’altra e nemmeno lo è ballare con la stessa persona. Ognuno di noi è mutevole e di conseguenza il nostro modo di proporci e di sentire.

Accidenti, e chi lo immaginava? Meglio della psicanalisi. A saperlo avrei cominciato prima, la schiena mi avrebbe fatto meno male a fine serata, e far nottata danzando non mi sarebbe costato tanto il giorno dopo in termini di stanchezza e lucidità. Ma forse non è vero. Forse il tango può arrivare solo in un momento preciso della vita e non in un altro. E’ come se stesse lì, ad aspettarti, disposto a concedersi solo quando sei pronto per lui.   

Tutto questo non significa che il tango sia solo una questione emotiva. La tecnica conta eccome e lo studio è fondamentale. E’ tutto un lavorare su asse, equilibrio, portamento, camminate, e poi pivot, e ocho e sacade e mille altre figure. Nessuno creda di cavarsela in un paio di mesi. Più si va avanti, meno si è soddisfatti di sé. Prima o poi la crisi arriva, si pensa che “no, non migliorerò mai, forse dovrei smettere”, e si brancola chiedendosi quale sia lo stile più compatibile con il proprio carattere. Intanto, però, si tiene d’occhio il calendario delle milonghe, e almeno una volta al giorno – una volta? – il pensiero corre alla prossima occasione. Il tango lavora dentro, è un fatto, non ti molla mai, nemmeno se non lo stai ballando. Forse perché, come recita la molta retorica che gli gira intorno, è metafora della vita? O perché, citando Carlos Gavito, “Il Tango non è una danza ma una ossessione”? Tutto questo, tutto questo…o forse sarà che, sopra ogni cosa, è incredibilmente divertente?

Verdeluna