L’eredità

Argentango ha il piacere di pubblicare “L’eredità“, racconto sul tango della nostra socia Alessandra Demichelis che si è classificato al secondo posto nel concorso letterario organizzato da Faitango. Questo racconto è ispirato da una storia vera e la nostra Autrice dice di aver “sudato” moltissimo per contenerlo nel limite imposto di 3000 battute totali.


L’eredità

Avevo ventitré anni e adoravo il vecchio André. Quando morì mi lasciò una valigia decrepita, da cui non si separava mai. La ritirai due giorni dopo il funerale.  Me la consegnò il capo infermiere. “Abbine cura – disse – e apri le orecchie”. Non ebbi il tempo di chiedergli spiegazioni. Quella stessa sera l’appoggiai sul tappeto del salotto e restai immobile a fissarne il contenuto. 

Erano dischi, ottantasei per la precisione, ognuno conservato nella sua copertina originale. Nomi sconosciuti rimbalzavano davanti ai miei occhi e la parola “tango” rimandava un’idea di cose antiquate, quanto di più distante dai miei gusti e dal mio mondo si potesse immaginare.    

 Passai la notte a farmi domande cui non trovavo risposte. Perché André aveva voluto che li avessi io? Sapevo degli anni trascorsi in Argentina ma Dio, il nonno ballerino di tango non ce lo vedevo. Solo più tardi trovai la busta, nascosta in una tasca interna della valigia. Dentro, un biglietto con un numero di telefono.

Nei giorni e nei mesi successivi il giradischi cominciò a spandere per casa le note del pianoforte di Pugliese, del bandoneon di quel diavolo di Troilo. A poco a poco imparai a distinguere i musicisti e a stabilire le mie preferenze. Corde insospettabili presero a vibrare dentro di me. Una sera composi il numero scritto a mano sul biglietto. Rispose la voce di un uomo anziano, dall’accento straniero. Sarebbe diventato il mio primo maestro, tanguero di età indefinibile che per un anno mi insegnò tutto ciò che sapeva cominciando con il farmi camminare, camminare, camminare, e muovermi insieme e dentro alla musica. Era come se prima di quel momento il mio corpo non mi fosse mai appartenuto.

Il giorno in cui entrai per la prima volta in una milonga fui risucchiato in una bolla senza tempo. Ricordo i disegni geometrici in bianco e nero del pavimento e le persone assorte, perdute nei loro abbracci. Rimasi inchiodato alla sedia per quasi tutta la sera, diviso tra esaltazione e terrore.

Forse fu lei a catturare i miei occhi e a incoraggiarmi, o forse il desiderio vinse l’insicurezza. Mi alzai. Era una ragazza semplice, con il viso aperto in un sorriso. Le porgo la mano, il suo braccio mi avvolge dolcemente. Il cuore batte così forte contro il suo petto che penso: “se ne accorgerà”. Sento che si solleva un poco, avvicina la guancia alla mia, sfiorandola appena. Quando partono le prime note di Recuerdo ho il tempo di sentire nella mia testa la voce del maestro che dice: “aspetta la frase”. Aspetto, e lei chiude gli occhi.

Ballai la mia prima, vera, tanda come se fosse l’ultima della vita. E a quella ne seguirono altre, così numerose che non posso contarle. Non ho mai smesso. Qualche volta, però, mi piace restare seduto a occhi chiusi. Mi concentro sul fruscio dei piedi e vado in un tempo lontano, diverso, finché riesco a immaginarlo, elegante sulla pista, con i capelli ancora folti, le gambe svelte, che guarda verso di me, e mi strizza l’occhio. André.